lunedì 19 marzo 2012

Generazione zero

È iniziato il countdown!
Credo che morirò.

Ok, come al solito la mia chiarezza espressiva lascia attonita anche me.
dunque, sono troppo instabile mentalmente per fare un discorso comprensibile ma ci proverò.
Non mi ricordo se ho già parlato delle mie ambizioni per il futuro. Ora controllo... si, ok, qualche parola l'ho spesa. Ho citato vagamente il mio patetico tentativo di mandare il mio nome a un'università americana per l'ammissione al prossimo anno. Mio padre quando si ci mette sa essere molto convincente, potrebbe convincermi anche a scalare l'Everest e fare rafting nel Rio Grande in uno di quei giorni in cui tutto ciò che voglio è adagiare il mio sedere sul divano per non alzarlo mai più.
Ebbene, qualche annetto fa, frequentavo la terza liceo, il mio adorabile papino mi ha aperto un bel sito invitante sulle università americane: le opportunità, le facoltà,  i campus (anche se non fa rima con -à), le difficoltà (ecco!) e altre informazioni che date tutte insieme a una ragazzina che frequenta una scuola dove bisogna fare i doppi turni per assenza di spazio, possono nuocere gravemente ai sogni.
Ok, ho la cittadinanza americana. E allora? Ma papà era convinto che bastasse quella, oltre a un po' di buona volontà e tanti soldini. “Hai tutti i requisiti, no?” mi ha detto. Simpaticone.
Ho compilato tante di quelle carte, e sostenuto tanti di quei test, e cercato tante di quelle referenze che ho creduto che, a quel punto, la laurea me l'avrebbero data direttamente. Non sono neanche sicura di riuscire a riportare correttamente tutte quelle sigle e acronimi, perchè sono davvero un miliardo! Dovrebbero ampliare l'alfabeto, allora sì che ci divertiremmo.
Così io, stupida bambinetta ignorante, mi sono ritrovata a dover attestare il mio inglese e le mie conoscenze pregresse. Io, che a scuola avrò avuto massimo la media del -1! (ok, finta umiltà... )
Ho fatto l' ACT, il TOEFL, il TRENTATRéTRENTINIENTRARONOATRENTO e l'ABCASSIMPLEAS1,2,3 e una marea di fotocopie. Cioè, sono proprio dei ficcanaso questi americani, ci mancava solo che mi chiedessero quanti capelli ho in testa e l'andamento su un grafico  della crescita delle mie unghie dei piedi. E poi traduzioni, migliaia di traduzioni giurate.
Fortuna che le mie prime parole sono state in inglese, altrimenti come glielo traducevi “pappa” e “mami” in modo che corrispondesse perfettamente al significato in lingua originale? Insomma, c'è una bella differenza tra “mami” e “mom, mommy, ma, mama e mater”!
I test erano assurdi. Quello sulle conoscenze generali me l'aspettavo, del resto io 2 anni fa non avevo fatto neanche un quarto del programma di matematica, storia, biologia e quant'altro che mi era richiesto. Ma quello sull'inglese! Mi sono persino ritrovata a pensare, durante lo svolgimento “ma con che presunzione ti credi madrelingua, Peyton? Non conosci neanche paroline come “fremedon”, che tuttora non so che significhi e non sono certa fosse davvero inglese. Magari ho sbagliato aula e ho fatto il test di swahili avanzato. Cioè, eppure mio padre è uno di quegli americani acculturati, a casa mia lo slang è un'eresia e ogni tanto oso leggere Shakespeare in lingua originale. Cioè in aramaico.
Insomma, da che non ci credevo affatto in quest'utopia, mi sono ritrovata a fissare allibita il calendario rendendomi conto di aver letto da qualche parte che le risposte dell'università vengono inviate tra marzo e maggio. O forse era aprile. No, il 29 febbraio. Che poi quest'anno è stato bisestile, quindi non fa ridere.
Tutto questo perchè i test che ho fatto, immensamente incomprensibili, sono andati un tantino bene, e ho totalizzato un punteggio un tantino alto. E non me l'aspettavo mica!
Diciamo che, comunque andrà, è stata una bella soddisfazione. E poi, vuoi mettere con l'essere andata, nell'ultimo periodo, più volte negli states che al supermercato sotto casa mia? Come consolazione, mi basta eccome.
Un'ultima cosa, direi sia il caso di dirla. Il college in questione è stanford. No, non fa parte della Ivy League, ma chissene. Sono una ragazza di 18 anni con padre americano e madre italiana, ufficialmente residente in Italia dove vive da quasi 8 anni e senza un curriculum strapieno di volontariato e attività sportiva di quella che ti offrono solo nei licei americani. No, Yale e Harvard non stavano esattamente aspettando me.
Anzi, in realtà non è questo il motivo per cui non ho fatto richiesta per uno di quei college. Ho scelto stanford prima di pensare che era perchè non mi avrebbero mai preso da un'altra parte, perchè   sapevo che sarei mai stata ammessa neanche all'università degli scimpanzè.
Stanford è un'ottimo college, l'ha frequentato mio padre ed è vicino S. Francisco. Che altro vuoi di più dalla vita? Ah già, essere ammessa!

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